Massimo Mannucci: tra realtà giudiziaria e finzione narrativa…

Abbiamo chiesto a Massimo Mannucci, autore di Cactus, otto storie di crimine e de Il maestro, di raccontarci, alla luce della sua professione di magistrato, cosa significhi per lui essere uno scrittore…
In entrambi i tuoi libri, Cactus e Il maestro, spesso le esistenze dei personaggi sono improvvisamente sconvolte dall’irrompere di fatti eccezionali che li colgono impreparati. Uscendo dalla finzione letteraria e alla luce della tua esperienza di magistrato, accade lo stesso anche nella realtà ?
La maggior parte dei racconti trae ispirazione dalla realtà , ma direi che fantasia e realtà si intrecciano e si fecondano reciprocamente. La fantasia talvolta spazia libera, altre volte serve come collante per collegare le vicende e viene in soccorso per colmare le ampie e inevitabili lacune della cronaca. In fondo basta mettersi in ascolto ed allora ogni storia di vita, grazie ad un po’ di immaginazione, è capace di diventare fonte di ispirazione.
Ci racconti da dove nasce la tua vocazione di scrittore? E’ un’esigenza dettata dal tuo quotidiano confrontarti con storie non del tutto dissimili da quelle impietose e drammatiche in cui sono coinvolti i tuoi personaggi?
Penso che a ogni magistrato, quando scrive, avanzi sempre qualcosa, lo stile sobrio, asciutto, essenziale, quasi austero, del provvedimento giudiziario gli impone una autocensura. Quello che avanza lo butta, lo ingoia, più spesso lo sopprime, non lo fa neppure uscire dalla penna. Si tratta di osservazioni, considerazioni, congetture, deduzioni troppo libere. Dove metterle allora, se non in un libro?
Cactus: perché questo titolo per un libro di storie di crimine?
Perché è una pianta tenace che riesce a sopravvivere in condizioni estreme, anche in territori difficili e apparentemente aridi come quello dell’attività giudiziaria.
Ne Il maestro riesci a costruire una storia che, a partire da una situazione apparentemente tra le più innocenti e insospettabili, si trasforma in un dramma che costringe il lettore a non abbandonare il protagonista fino all’ultima pagina….
Il racconto affronta il tema della sproporzione tra l’uomo e la realtà in cui vive. La natura umana è fragile e l’uomo afflitto dalla precarietà della sua esistenza, viene sovrastato dall’ingovernabile fluire delle cose. Allora anche una banale disattenzione, un piccolo cedimento etico, rischia di stravolgere una o più vite. Altrettanto dominante è il tema della solitudine che arriva a condizionare la volontà dell’individuo. Probabilmente unico rimedio è un’amicizia vissuta come rapporto più che come sentimento. Nella storia, una presenza amica avrebbe dato alla protagonista il coraggio di superare quei blocchi psicologici che la realtà le pone. Tutto ciò credo che conduca il lettore a sentirsi complice dei personaggi e non solo mero spettatore dei loro drammi.
Molto spesso nei tuoi lavori si ha la percezione che l’attività giudiziaria sia un mondo a tratti distante dall’umanità degli individui che talvolta rischiano di vedere compromessa la propria dignità . Ci parli di questo aspetto?
Quello in cui si muove l’attività giudiziaria talvolta sembra una scena cupa e spesso incomprensibile all’esterno, dove occorre dare sempre più spazio all’umanità delle persone affinché la dignità dell’uomo non venga mai calpestata. Nei racconti la caduta nell’illecito non implica un giudizio o l’attribuzione d’un valore, d’una morale. Piuttosto il crimine è evocato per richiamare in causa il lettore, per ricordargli che quei fatti potrebbero accadere anche a lui, che di quelle piaghe anche sua è la responsabilità e che, anche da una disavventura giudiziaria, può nascere un uomo nuovo, più maturo, più consapevole se coglie l’occasione per porsi le domande ultime sulla propria esistenza.
Tag:giustizia, intervista, Libri, livorno, sef, Società Editrice Fiorentina, Toscana
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