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Apnea

Emiliano Zannoni parla del suo ultimo libro e della sua città

di Dario Alessandro Pagli

Il tuo è un romanzo che “tradisce” fin dall’inizio un legame inscindibile con il mare. Ci parli di questo rapporto e di come sei arrivato a tradurlo in forma letteraria?

Credo fermamente che, in un modo o nell’altro e con le naturali differenze che attengono al peculiare modo di essere delle persone, chi vive sul mare ma più che altro chi ci è nato accanto, senta davvero un legame inscindibile con questo elemento, e forse anche con il vento che ne è un cugino stretto. Lo si ama, a volte lo si odia, ma certo ci accompagna più o meno fedelmente vita natural durante, scandendo il ritmo delle nostre giornate e diventando scenario ideale dei nostri momenti più intimi e significativi, e dei ricordi che ne derivano.

Nel tuo lavoro proponi una galleria di personaggi tratteggiati a tinte forti, ognuno con una sua ben definita personalità. Presi tutti insieme sembrano riprodurre, in un grande mosaico, uno schietto ritratto dell’uomo del terzo millennio. E’ così?

E’ un ritratto della Livorno che ho conosciuto negli anni ed è chiaro che mi venga spontaneo descrivere personaggi che appartengono ad una fascia d’età che va circa dai 18 ai 40 anni: è quella, infatti, che ho avuto modo di osservare più da vicino e che, in poco più di un ventennio, racchiude al suo interno delle enormi diversità, ma rappresenta in effetti, nel suo insieme, un ritratto dell’uomo moderno, coi suoi tormenti e  le sue aspettative, molto spesso ben più rilevanti di quanto può apparire in superficie, se ci si ferma ai meri elementi caratterizzanti del “folclore”  labronico.

Ci parli del tuo rapporto con il linguaggio livornese che tanta parte ha, con il suo colore, nel romanzo?

Chi è di Livorno, volente o nolente, ha un’inflessione assolutamente peculiare, quando apre bocca. Non sto parlando di espressioni dialettali, poiché il nostro in realtà è un vernacolo e credo che chiunque riesca a capire cosa intendiamo dire. Penso piuttosto al modo di pronunciare certe parole, al ritmo incalzante, quasi fosse una cantilena, del periodare e poi, certo, anche all’utilizzo di modi di dire particolarmente coloriti che però non definirei necessariamente rozzi, poiché a volte sono davvero geniali; ho sempre adorato, per esempio, la seguente espressione: “promette e mantené è da paurosi”, che rappresenta a pieno la livornesità, coi suoi pregi ed i suoi difetti.

Pensavi ad un lettore mentre creavi la storia o scrivevi essenzialmente per te?

E’ chiaro che si scriva, sempre, nella speranza di incontrare i gusti e l’interesse del lettore ma è altrettanto palese che si inseriscano, nelle storie e nei personaggi, quelli che sono i nostri convincimenti, che riflettono anche il nostro modo di essere e che, tradotti in parole piuttosto che tenuti dentro, costituiscono, se vogliamo, anche un mezzo per raccontarsi e per liberarsi di quei vincoli e di quei filtri che, nel quotidiano, ci impediscono di mostrarci per quello che siamo. O per quello che saremmo potuti diventare se avessimo fatto scelte diverse o vissuto in contesti differenti.

Come è nata l’idea del narratore onnisciente che marca la sua presenza nei corsivi che pervadono il romanzo e che solo nell’epilogo getta la maschera?
E’ nata dal fatto che, in realtà, il narratore onnisciente è, paradossalmente, anche il vero protagonista della storia, che ruota attorno ad alcuni personaggi principali i quali, comunque, sono parte di un un tutto ben più vasto e definito.
E poi è figlia del fatto che, pur trattandosi di romanzo tradizionale e non di thriller, essendo io un amante di quest’ultimo genere, ho voluto inserire nel libro una serie di colpi di scena e di situazioni che chiamano il lettore ad immaginare dei possibili scenari senza però potersene dire certi fino all’epilogo della vicenda.

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