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La scelta

intervista a Roberta Cuozzo*

di Dario Alessandro Pagli

Nel tuo libro (La scelta, Società Editrice Fiorentina, 2009) racconti la malattia: uno di quei temi che spesso, se si è nelle condizioni di farlo, evitiamo di affrontare voltandoci da un’altra parte. In che modo pensi che la narrativa possa invece stimolare la riflessione?

Spesso la narrativa consente di giungere direttamente ai cuori delle persone portandole a riflettere su aspetti della vita molto spesso sottovalutati. Nel leggere la pagina di un libro ci si può soffermare su un concetto o una frase ed eventualmente rileggerlo stampandolo in modo indelebile nella propria memoria e nelle proprie emozioni. Per cui credo che la carta stampata abbia un effetto decisamente incisivo anche sull’interlocutore più disinteressato.

Il titolo è emblematico: “la scelta” è da sempre un aspetto cruciale dell’esistenza umana, per le conseguenze che inevitabilmente implica. Ce ne parli?

Chi nella vita non si è trovato ad operare una scelta talvolta complessa? Ognuno di noi si trova ad affrontare nella vita momenti felici e altri un po’ meno ed in molti casi ci si trova ad operare scelte che condizionano inesorabilmente l’esistenza futura. In svariate occasioni ci si ritrova a chiedersi come sarebbe stato se in un particolare momento della nostra vita avessimo optato per la scelta opposta a quella fatta, ma quello che ne scaturisce sono solo congetture, nulla che possa rincuorarci sulla correttezza della via intrapresa.

Il romanzo è scandito dallo scorrere inesorabile del tempo che marca l’attacco di ogni capitolo: che ruolo ha nella tua narrazione e, dunque, nella quotidianità che racconti, la dimensione temporale?

Il tempo è tutto. Nella società di oggi il tempo è il grande assente. Si rimanda sempre tutto al domani, soprattutto le cose che possono arrecare gioia o svago e tutto questo naturalmente a danno della serenità del presente. Eppure è curioso come il tempo sembri dilatarsi e i minuti appaiano interminabili quando si affrontano situazioni difficili e dolorose.

Un capitolo è dedicato alla “dignità del dolore”. Senza anticipare niente, puoi darci una tua definizione di questa espressione?

La sofferenza per un malato è sofferenza, seppur intesa in modo differente, anche per chi gli sta vicino. A mio avviso una persona sofferente che con atteggiamenti e parole manifesti di continuo il proprio desiderio di non gravare più del necessario sui familiari che lo assistono e che cerchi di sminuire la gravità della situazione clinica in cui versa per non destare eccessive preoccupazioni è senz’ombra di dubbio una persona con una gran forza d’animo, un gran coraggio e un’umanità incredibile.

“E’ statistico: non può andare sempre tutto male!”: con queste parole chiudi il tuo romanzo. Si può trovare la positività anche in una situazione drammatica come la malattia?

Ritengo che da ogni situazione felice o tragica che sia possiamo trarne esperienza. In una situazione drammatica si impara a comprendere quella che è la reale sofferenza e a distinguerla chiaramente da quella che erroneamente riteniamo tale. In particolare, si ha la possibilità di conoscere meglio le persone care che ci sono intorno e perché no anche e soprattutto noi stessi.

* Roberta Cuozzo vive e lavora a Napoli. La scelta è la sua opera prima. I diritti di autore saranno interamente devoluti dall’autrice al Centro per lo studio e la cura delle amiloidosi sistemiche.

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