intervista a Emma Pretti*
di Dario Alessandro Pagli
Il tuo è un libro di poesia: cosa significa, oggi, essere poeta?
Essere poeta oggi significa viaggiare in incognito, non esiste più il ruolo di poeta e il poeta non riveste più alcun ruolo, né di aedo né di pensatore.
Perché questo titolo, “I giorni chiamati nemici”?
“I giorni chiamati nemici” sono letteralmente quelli che ci vengono incontro, che affrontiamo ogni giorno e che arrivano, grazie all’informazione dei mass media, caricati del peso dell’umanità intera.
Mentre si leggono le tue liriche si ha l’impressione di essere trasportati in una quotidianità “parallela”, di osservarla attraverso occhi disillusi ma che allo stesso tempo tradiscono un profondo attaccamento alle cose che vedono. E’ la percezione giusta secondo te?
“quotidianità parallela” ? Che bella espressione, assolutamente calzante, non avrei saputo definirla meglio. La mia poesia spesso propone una visione parallela attraverso cui osservare la vita.
Quando e come è nata in te la vocazione per la poesia?
Ho scritto la mia prima poesia a 12 anni, dopo aver studiato a memoria
Il passero solitario di Leopardi. Rimasi affascinata dal suo endecasillabo sciolto. Studiare le poesie a memoria è un ottimo esercizio di ritmo. Quella mia prima poesia parlava della neve.
Ci sono autori che hanno influenzato e continuano a ispirare il tuo lavoro?
La poesia nord americana mi ha sempre influenzato molto e continua a farlo, perchè è pragmatica e possiede una solidità e una forza quasi muscolare.
* Emma Pretti è autrice per Sef della raccolta I giorni chiamati nemici. Sue opere sono state pubblicate sulla rivista internazionale di poesia, Italian Poetry Review.

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